Lo psicofarmaco è davvero la risposta?

Ogni volta che scegliamo di modificare farmacologicamente il comportamento di un cane, stiamo intervenendo sull’organo più complesso del suo corpo: il cervello, un organo di cui la scienza conosce ancora solo una piccola parte e il cane, a differenza dell’essere umano, non può raccontarci come sta vivendo quel cambiamento. Per questo motivo credo che la prudenza non sia un’opzione, ma un DOVERE.
Gli psicofarmaci hanno una loro importante collocazione nella medicina veterinaria e non vanno demonizzati perchè esistono patologie neurologiche e condizioni cliniche nelle quali rappresentano uno strumento prezioso, ma vanno diagnosticate attraverso esami concreti come tac e risonanza magnetica.
Il problema nasce quando il farmaco diventa la risposta a un comportamento.
Spesso si sente dire che lo psicofarmaco “apre la mente del cane”, rendendolo più disponibile al lavoro di recupero comportamentale:
dal punto di vista scientifico, però, questa è una semplificazione. Gli psicofarmaci non aprono la mente: modificano l’attività di alcuni sistemi neurochimici del cervello e in alcuni soggetti questo può facilitare l’apprendimento, in altri produrre effetti diversi da quelli desiderati, fino ai cosiddetti effetti paradossi (ovvero il comportamento contrario a quello sperato), ben documentati anche in medicina veterinaria.
Ed è proprio qui che nasce la mia riflessione.
Anche ammesso che un farmaco renda il cane più disponibile all’apprendimento, resta una domanda fondamentale: COSA gli stiamo insegnando?
Un farmaco può modificare uno stato emotivo. Può ridurre una risposta. Può cambiare l’espressione di un comportamento.
Ma non può insegnare al cane a comunicare meglio con il proprietario. Non può costruire una relazione equilibrata. Non può sostituire la comprensione della sua natura.
Un comportamento non si manifesta mai dal nulla, è il risultato dell’incontro tra il patrimonio genetico del cane, le sue esperienze e la RELAZIONE che costruisce con le persone con cui vive, che nasce dalla qualità della comunicazione tra cane e proprietario: in casa, in passeggiata, ogni istante in ogni singolo gesto e ogni azione quotidiana, persino di notte mentre tutti dormono…
Se interveniamo sulla chimica del cervello, senza comprendere il motivo di quel comportamento, rischiamo di modificarne l’espressione senza averne realmente affrontato l’origine.
Nella mia visione del recupero comportamentale il punto centrale è capire perché quel comportamento esiste, tenendo conto che il cane non è un essere umano con quattro zampe. Comunica secondo regole diverse dalle nostre, interpreta il mondo in modo diverso e costruisce le relazioni secondo la propria natura.
Prima di cercare di modificare la chimica del suo cervello, forse dovremmo chiederci se abbiamo imparato davvero a parlare la sua lingua.
Un farmaco può modificare la disponibilità emotiva di un soggetto, ma non può insegnargli regole sociali, migliorare la comunicazione con il proprietario o costruire una relazione equilibrata.
Eli