
Ogni volta che un cane abbassa la coda, si irrigidisce, arretra o evita una situazione, sentiamo quasi sempre pronunciare la stessa frase: “Ha paura.”
È una conclusione tanto diffusa quanto pericolosa.
Per capire davvero cosa sta succedendo nella mente di un cane non basta osservare una postura o un singolo comportamento. Bisogna prima capire chi abbiamo davanti.
Ed è proprio qui che, secondo me, nasce il più grande equivoco della cinofilia moderna.
Oggi si tende a spiegare quasi ogni comportamento partendo esclusivamente dalle esperienze vissute dal cane. Se è diffidente, è perché qualcuno gli ha fatto del male. Se è prudente, è perché è stato traumatizzato. Se reagisce con decisione, è perché ha paura.
La realtà è molto più complessa.
Prima ancora delle esperienze esiste qualcosa che troppo spesso viene dimenticato: la selezione genetica zootecnica.
Per secoli l’uomo non ha selezionato il cane in base all’estetica, ma soprattutto in base alle sue caratteristiche comportamentali. Ha scelto i soggetti più adatti a svolgere un determinato lavoro e li ha fatti riprodurre, generazione dopo generazione, fino a fissare predisposizioni molto precise.
Alcuni cani dovevano essere guardinghi e diffidenti verso gli estranei. Altri dovevano affrontare animali molto più grandi di loro senza esitazione. Altri ancora dovevano inseguire una pista per ore, radunare un gregge, proteggere una mandria o collaborare strettamente con l’uomo.
Queste caratteristiche non sono nate per caso.
Sono il risultato di una selezione lunga centinaia di anni.
Ecco perché due cani cresciuti nello stesso ambiente possono reagire in modo completamente diverso davanti allo stesso stimolo.
Pensiamo, ad esempio, a un Levriero e a un Rottweiler.
Entrambi possono avere la coda bassa. Eppure sarebbe un errore enorme attribuire automaticamente a quella postura lo stesso significato.
Nel Levriero una coda naturalmente portata verso il basso rappresenta una caratteristica della razza e del suo modo di esprimersi. Nel Rottweiler, osservata in un determinato contesto, quella stessa postura potrebbe invece indurci ad approfondire la situazione con molta più attenzione.
La postura, da sola, non racconta mai tutta la storia.
Lo stesso vale per i cani primitivi o per molte razze selezionate con una comunicazione particolarmente marcata. Alcuni utilizzano segnali molto più evidenti rispetto ad altri, mentre razze diverse possono esprimere stati emotivi simili con intensità completamente differenti.
Per questo motivo diffido sempre delle liste che promettono di insegnare a leggere il cane attraverso dieci posture o venti segnali corporei.
Il cane non è un dizionario in cui a ogni gesto corrisponde sempre lo stesso significato.
È un individuo con un patrimonio genetico preciso, appartenente a una determinata selezione, inserito in un contesto specifico e con proprie caratteristiche individuali.
Solo dopo aver compreso tutto questo possiamo iniziare a parlare di timore, paura e fobie.
Perché anche queste parole vengono spesso utilizzate come se fossero sinonimi.
Non lo sono.
E prima ancora di parlare di paura, dobbiamo affrontare un concetto fondamentale che molti proprietari confondono: la diffidenza.
La diffidenza viene spesso confusa con la paura, ma sono due concetti molto diversi.
Un cane diffidente non è necessariamente un cane che ha paura. Molto spesso sta semplicemente facendo ciò per cui è stato selezionato: osservare, raccogliere informazioni e decidere come comportarsi.
Pensiamo a un buon cane da guardia. Se si avvicina uno sconosciuto e il cane si lancia immediatamente a fare feste a quella persona, probabilmente non sta svolgendo il compito per cui è stato selezionato. Al contrario, è perfettamente normale che mantenga una certa prudenza, che osservi il nuovo arrivato, che lo studi e che aspetti di avere informazioni sufficienti prima di decidere se rappresenta un pericolo oppure no.
Questa è diffidenza.
La diffidenza non è una patologia, non è un difetto caratteriale e, soprattutto, non è sinonimo di insicurezza.
È semplicemente un modo diverso di elaborare le informazioni.
Naturalmente la selezione genetica influisce enormemente anche su questo aspetto.
Esistono razze selezionate per accogliere con facilità le persone, altre per lavorare in strettissima collaborazione con l’uomo e altre ancora per proteggere un territorio, una mandria o una famiglia.
Pretendere che tutte reagiscano nello stesso modo davanti a uno sconosciuto significa ignorare completamente il motivo per cui sono state selezionate.
È proprio qui che nasce uno degli errori più frequenti.
Molti proprietari osservano un cane diffidente e concludono immediatamente che sia pauroso.
In realtà, quel cane potrebbe non provare alcun timore.
Potrebbe semplicemente stare raccogliendo informazioni.
È una differenza enorme.
Un cane che si prende il tempo di osservare prima di agire non è necessariamente un cane in difficoltà. Spesso è semplicemente un cane che sta utilizzando una strategia perfettamente coerente con il proprio patrimonio genetico.
Solo quando, durante questa fase di valutazione, il cane arriva alla conclusione che ciò che ha davanti rappresenta un pericolo, può comparire il timore.
Anche in questo caso, però, bisogna fare attenzione.
Il timore non è qualcosa di negativo.
Anzi, è uno dei più importanti strumenti di sopravvivenza di cui dispone un animale.
Un cane completamente privo di timore sarebbe un cane che si avvicina senza alcuna prudenza a qualsiasi situazione potenzialmente pericolosa. Attraverserebbe una strada trafficata senza valutare il rischio, si avvicinerebbe a qualunque cane sconosciuto senza leggere la situazione e ignorerebbe quei segnali che, invece, permettono di evitare molti conflitti.
Il timore, quindi, non rappresenta un problema.
Rappresenta un freno.
È quel meccanismo che porta il cane a rallentare, osservare, valutare e scegliere il comportamento più adatto.
Anche qui, però, non tutti i cani sono uguali.
Entrano in gioco la selezione genetica, la tempra, gli istinti e tutte quelle caratteristiche che rendono ogni cane diverso dall’altro.
Ciò che per un soggetto rappresenta uno stimolo di poco conto, per un altro può richiedere una valutazione molto più attenta.
Ed è proprio per questo motivo che non esiste una soglia universale oltre la quale possiamo dire: “Da questo momento il cane ha timore.”
Esiste quel cane.
Con la sua storia genetica.
Con le sue caratteristiche.
Con il suo modo di affrontare il mondo.
Ed è da lì che bisogna sempre partire.
Quando il cane conclude che ciò che ha davanti rappresenta realmente un pericolo, il timore può trasformarsi in paura.
Anche qui, però, è importante non commettere un errore molto comune.
La paura non è un difetto caratteriale.
Non è una malattia.
Non è qualcosa da eliminare.
La paura è uno dei più potenti meccanismi di sopravvivenza che l’evoluzione abbia sviluppato.
Senza paura, nessun animale riuscirebbe a sopravvivere a lungo.
Un cane che non prova alcuna paura nei confronti del pericolo sarebbe destinato a compiere continuamente scelte rischiose, con conseguenze spesso molto gravi.
La paura, quindi, non è il problema.
Il problema nasce quando non riusciamo a comprenderla.
Anche in questo caso la selezione genetica continua a svolgere un ruolo fondamentale.
Esistono cani selezionati per affrontare situazioni estremamente impegnative con grande determinazione ed altri che, per il lavoro che erano chiamati a svolgere, sono stati selezionati per essere molto più prudenti.
A questo si aggiungono caratteristiche individuali come la tempra, cioè quella capacità del cane di sopportare e gestire gli stimoli negativi senza perdere il proprio equilibrio.
Due cani possono trovarsi esattamente nella stessa situazione e percepire lo stesso pericolo, ma reagire in modo completamente diverso.
Uno potrebbe limitarsi a fermarsi, osservare e rivalutare la situazione.
Un altro potrebbe scegliere di allontanarsi.
Un altro ancora potrebbe decidere di affrontare direttamente ciò che ritiene una minaccia.
Nessuna di queste risposte, presa da sola, ci permette di dire se quel cane sia più coraggioso o più pauroso.
Ci dice semplicemente che sta utilizzando la strategia che, in quel momento, ritiene più efficace.
Ed è qui che entra in gioco un altro aspetto spesso sottovalutato.
La possibilità di scegliere.
Immaginiamo un cane che, trovandosi libero, possa semplicemente aumentare la distanza da ciò che lo preoccupa.
Molto probabilmente lo farà.
Aumentata la distanza, rivaluterà la situazione e, se capirà che il pericolo non è reale, potrà tornare rapidamente in uno stato di tranquillità.
Ma cosa succede quando quella possibilità gli viene impedita?
Pensiamo a un cane al guinzaglio.
Davanti a lui compare uno stimolo che ritiene pericoloso.
Vorrebbe allontanarsi, ma il guinzaglio glielo impedisce.
In quel momento il suo margine di scelta si riduce drasticamente.
Alcuni cani si immobilizzano.
Altri cercano disperatamente di arretrare.
Altri ancora iniziano ad abbaiare, ringhiare o lanciarsi in avanti.
Chi osserva la scena dall’esterno potrebbe pensare che quel cane sia improvvisamente diventato aggressivo o addirittura fobico.
In realtà potrebbe trattarsi semplicemente di un animale che, non avendo più la possibilità di utilizzare la strategia che avrebbe scelto spontaneamente, non si fida del proprietario.
Per questo motivo non possiamo valutare l’intensità della paura limitandoci a osservare la risposta comportamentale.
Dobbiamo sempre chiederci quali possibilità aveva realmente quel cane in quel preciso momento.
Poteva allontanarsi?
Poteva interrompere l’interazione?
Poteva scegliere una distanza che gli permettesse di sentirsi più sicuro?
Oppure era costretto a rimanere lì, legato a una persona di cui non si fida?
Sono domande fondamentali.
Perché una risposta intensa non significa automaticamente che il cane soffra di una fobia.
Molto spesso significa semplicemente che il suo istinto di sopravvivenza si è trovato senza una reale possibilità di scelta o senza un “appoggio”.
Ed è proprio qui che, a mio parere, nasce una delle più grandi confusioni della cinofilia moderna: utilizzare la parola “fobia” per descrivere qualsiasi paura intensa.
Le due cose, in realtà, sono molto diverse.
Arrivati a questo punto possiamo finalmente parlare di fobia.
È un termine che oggi viene utilizzato con estrema facilità.
Basta osservare un cane che reagisce in modo molto intenso davanti a uno stimolo e, nel giro di pochi secondi, qualcuno conclude: “È fobico.”
Personalmente ritengo che questa parola venga usata molto più spesso di quanto si dovrebbe.
Una reazione intensa, infatti, non è sufficiente per parlare di fobia.
Un cane può manifestare una paura molto forte perché si trova in una situazione che, dal suo punto di vista, rappresenta un reale pericolo. Può essere impossibilitato ad allontanarsi, sentirsi in trappola o non avere alcuna strategia alternativa per gestire ciò che sta accadendo.
In questi casi stiamo osservando una risposta di sopravvivenza.
Può essere spettacolare.
Può apparire fuori controllo.
Può persino sembrare esagerata ai nostri occhi.
Ma questo, da solo, non significa che il cane sia fobico.
È proprio per questo motivo per cui, prima di utilizzare una parola così importante, dovremmo sempre porci una domanda.
Quella reazione è realmente sproporzionata rispetto alla situazione oppure siamo noi a non aver compreso il contesto in cui il cane si trova?
La risposta non è sempre semplice.
Un cane costretto al guinzaglio può reagire in modo completamente diverso rispetto allo stesso cane libero di aumentare la distanza.
Un cane messo con le spalle al muro può utilizzare strategie che non adotterebbe mai se avesse la possibilità di scegliere.
Un cane appartenente a una selezione genetica particolarmente espressiva può manifestare segnali molto più evidenti rispetto ad altri soggetti senza che questo significhi automaticamente che provi un’emozione più intensa.
Ecco perché etichettare un cane come fobico richiede molta prudenza.
A mio avviso, la vera fobia rappresenta una condizione decisamente più rara di quanto venga spesso raccontato.
Non ogni paura intensa è una fobia.
Non ogni reazione esplosiva è una fobia.
E nemmeno ogni cane che perde temporaneamente il controllo può essere definito fobico.
Prima di arrivare a una conclusione del genere dovremmo aver escluso molte altre possibilità.
Dovremmo aver valutato la selezione genetica del soggetto, la sua tempra, il contesto in cui si trova, le possibilità di scelta che aveva in quel momento e il reale significato dello stimolo che ha provocato quella risposta.
Solo osservando il quadro completo possiamo iniziare a capire se ci troviamo di fronte a una normale risposta di sopravvivenza, per quanto intensa possa essere, oppure a qualcosa di diverso.
Perché il rischio più grande non è utilizzare una parola sbagliata.
Il rischio più grande è costruire un percorso educativo o riabilitativo partendo da una valutazione sbagliata.
E quando si parte da un’interpretazione errata del comportamento, anche gli interventi rischiano di seguire la direzione sbagliata.
Prima di cercare una soluzione, dobbiamo essere certi di aver compreso il problema.
È questa, probabilmente, la parte più difficile del nostro lavoro.
Ma è anche quella che fa davvero la differenza.
Se ti è piaciuto l’articolo, visita la pagina dedicata al recupero comportamentale